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Domenica in Serbia si è votato per eleggere il nuovo presidente della Repubblica e per rinnovare la camera unica del parlamento. In base ai risultati preliminari non ci saranno grandi sorprese: con il 50 per cento dei voti scrutinati, le proiezioni indicano che il presidente in carica Aleksandar Vučić, del Partito Progressista Serbo di centrodestra, sarà rieletto per un secondo mandato, con più del 60 per cento delle preferenze.

L’ex capo delle forze armate serbe Zdravko Ponos, candidato della coalizione di opposizione Serbia Unita, è invece dato attorno al 15 per cento. Per quanto riguarda le elezioni parlamentari, il partito di Vučić in coalizione con l’Alleanza Patriottica Serba dovrebbe ottenere il 46 per cento dei voti, mentre Serbia Unita, di cui fanno parte anche i Socialisti, dovrebbe fermarsi al 12 per cento.

Vučić ha 52 anni e domina la politica serba dal 2012: da allora è stato più volte ministro, poi primo ministro e dal 2017 presidente del paese. Anche se il presidente in Serbia ha poteri soprattutto formali, in questi anni Vučić grazie al suo ruolo è riuscito a consolidare enormemente il controllo esercitato dal proprio partito sulla politica e sulla società serba.

Il Partito Progressista Serbo è infatti arrivato ad avere circa 700mila membri, un serbo su dieci. Trovare un lavoro nel settore pubblico è praticamentee impossibile senza la tessera del partito, il cui controllo si estende anche ai giornali e alle televisioni, sia pubbliche sia private.

In questi anni Vučić – che ha un passato da nazionalista radicale e da ministro durante l’amministrazione di Slobodan Milošević – ha badato soprattutto alla crescita economica del paese e mantenuto una politica di equidistanza fra l’Unione Europea, a cui appartengono o aspirano di farlo quasi tutti i paesi della penisola balcanica, e la Russia, con cui la Serbia ha tradizionalmente importanti legami culturali ed economici.

Lo si è visto anche nelle posizioni che la Serbia ha assunto sulla guerra in Ucraina: Vučić ha condannato l’invasione del paese ma non si è allineato alle sanzioni contro la Russia decise dall’Unione Europea, che invece si aspettava misure simili da tutti gli stati candidati ufficialmente a entrare nell’Unione Europea, come appunto la Serbia. Sembra una posizione largamente condivisa dai cittadini: secondo un sondaggio diffuso la settimana scorsa dal rispettato istituto Demostat, circa la metà dei serbi ritiene che il proprio paese debba rimanere neutrale e non schierarsi apertamente né con l’Unione Europea né con la Russia.

La campagna elettorale è stata, di fatto, dominata dalla guerra: le opposizioni avevano provato a impostarla sulla lotta alla corruzione e contro lo strapotere di Vučić, ma si sono trovate in difficoltà dal fatto che in una situazione del genere il presidente in carica ha potuto puntare sulla stabilità che può garantire.

Domenica sera Vučić ha commentato le proiezioni dicendo che il suo partito potrà contare anche su una solida maggioranza in parlamento (almeno 126 seggi sul totale dei 250), ma non ha fatto riferimento a una possibile nuova alleanza di governo con il Partito Socialista di Ivica Dacic, con cui aveva governato dal 2017.

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