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La scoperta nel Regno Unito di un ceppo di coronavirus (forse) più trasmissibile spinge a stringere il focus sull’evoluzione del virus e i rischi potenzialmente connessi, anche se le autorità sanitarie escludono al momento motivi di allerta. «È ancora troppo presto per capire se e quanto ci deve preoccupare la variante Xe di SARS-CoV-2», mutazione ricombinante di Omicron 1 e 2, segnala Walter Ricciardi, docente di Igiene all’università Cattolica e consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza.

Il picco registrato in Inghilterra

Tutte le restrizioni sono state superate da Londra all’inizio dell’anno, compresi l’obbligo legale di autoisolarsi in caso di positività e la necessità di indossare mascherine nei luoghi pubblici. I casi hanno iniziato ad aumentare verso l’inizio del mese scorso e alla fine della settimana del 26 marzo si riteneva che una persona su 13 fosse positiva al virus, la cifra più alta dallo scoppio della pandemia. Malgrado il livello delle ospedalizzazioni sia ben al di sotto dei picchi precedenti registrati nel 2020 e nel 2021, dalle aziende vengono riferite anche interruzioni in alcuni servizi. Problemi ai viaggiatori in Gran Bretagna diretti all’estero per voli cancellati e servizi ferroviari attraverso la Manica colpiti da forti ritardi. Le compagnie aeree stanno infatti soffrendo di carenze di personale legate alla nuova ondata di contagi da coronavirus.

Da Oms ascritta ancora alla famiglia Omicron

La variante Xe di SARS-CoV-2, mutazione ricombinante di Ba.1 e Ba.2, è stata rilevata per la prima volta nel Regno Unito il 19 gennaio scorso, e da allora sono oltre 600 le sequenze segnalate e confermate come corrispondenti al nuovo mutante. Le prime stime indicano un possibile «vantaggio del tasso di crescita di circa il 10% rispetto a Ba.2, ma questo dato richiede un’ulteriore conferma», secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nell’ultimo aggiornamento diffuso sull’andamento globale. Benché si ipotizzi dunque un 10% in più di contagiosità per Xe rispetto a Omicron 2, l’Oms precisa che, «finché non verranno riportate significative differenze nella trasmissibilità» del mutante e nelle caratteristiche della malattia che provoca, «inclusa la gravità», Xe verrà considerata una variante appartenente alla “famiglia” Omicron.

In Italia pochissimi casi, di importazione

«Non si sa nulla, quindi è prematuro fare previsioni». Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia, riferisce che «in Italia al momento sono stati segnalati pochissimi casi, probabilmente di importazione». E «anche sulla possibilità che sia più contagiosa del 10% rispetto a Omicron 2 dico che è troppo presto per azzardare ipotesi: al momento concentriamoci sulla variante Omicron 2, che è quella più diffusa. Non preoccupiamoci di qualcosa che potrebbe non arrivare a costituire un problema serio. Aspettiamo».

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Di admin