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Il gruppo russo degli idrocarburi Gazprom in questi giorni, proprio mentre è in corso il braccio di ferro con la Ue sul pagamento del gas in rubli, sta trasferendo i propri asset europei sotto il cappello di nuove società create in fretta e furia per evitarne il sequestro o la nazionalizzazione. A scriverlo è Vladimir Osechkin, attivista russo per i diritti umani in esilio che dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina sta ricevendo informazioni riservate da una fonte interna all’Fsb, i servizi segreti di Mosca. Emissari dei servizi speciali russi, racconta Osechkin sul suo sito Gulagu.net, sono volati a Berlino, Londra e Manchester per registrare ex novo uffici, attrezzature e anche depositi di gas per un valore che si avvicinerebbe ai 10 miliardi di dollari, in quella che il dissidente definisce “truffa del secolo”. A coordinare le operazioni sarebbe stato Sergei Kovolev, primo vicedirettore del Servizio federale di sicurezza, riportando direttamente a Putin.

Gli asset di Gazprom Marketing&Trading London, del valore di 2 miliardi di sterline, secondo la ricostruzione sono stati appena registrati sotto “una certa società Palmari” creata meno di un anno fa e guidata da un manager Gazprom. Alla stessa Palmari, tramite la Gbeps, fanno ora capo anche diversi asset di Gazprom Germany Gmbh. E in effetti nelle scorse ore il colosso pubblico russo ha annunciato ufficialmente, senza spiegare la decisione, l‘uscita dal capitale delle due sussidiarie. GM&T in una nota ha affermato di “non essere nella posizione di poter commentare la nuova struttura proprietaria”. Tutto sembra tornare, quindi. La fonte ha fatto sapere a Osechkin che anche lo stesso Alexei Miller, ad di Gazprom, e i numeri uno delle filiali tedesca e inglese Igor Fedorov e Wolfgang Scribot sono stati coinvolti in queste transazioni. Quanto ai reali intestatari delle società schermo, l’ipotesi è che dietro ci sia la mafia russa.

Negli ultimi giorni, la priorità per i servizi russi sarebbe stata proprio mettere al sicuro il “patrimonio nazionale”, e non l’evoluzione del conflitto. Un’urgenza che indicherebbe come Mosca non si fosse preparata a sufficienza a una lunga guerra e all’impatto delle sanzioni occidentali. La fonte aggiunge che diversi impiegati russi delle due società con sede in Europa stanno considerando se chiedere asilo politico e non intendono tornare in patria.

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