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Nella città di Mariupol fino a un mese fa vivevano 430mila persone. Oggi ne restano circa 130mila. Sopravvivono come possono tra la macerie della guerra, sperando ogni giorno che sia l’ultimo della tragedia. È diventata un simbolo, Mariupol, della spaventosa guerra di invasione scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Per ora resiste, ma non si sa ancora per quanto. Il sindaco della città è fuggito, ora vive in un bunker in una località segreta. In un’intervista al Corriere della sera Vadym Boichenko, 44 anni, assicura che non è vero che la città è sotto controllo russo: “Solo propaganda – dice -. Oggi la città è 50% in mano ai russi e 50% sotto il nostro controllo”. Difficile poterlo verificare. Del resto, si sa, la propaganda, da ambo le parti, è uno strumento di guerra.

Il primo cittadino di questa città martoriata che si affaccia sulla costa orientale del mare di Azov rivela anche altre notizie drammatiche legate allo sfollamento. “Ci promettono il cessate il fuoco per creare corridoi umanitari ma poi non lo rispettano. Chi ce la fa raggiunge come può Zaporizhzhia, che è a tre ore di macchina. Ma è una scelta pericolosa”.

Intrappolati tra le macerie, le strade devastate e i colpi incessanti dell’artiglieria pesante, ci sono ancora molti anziani che non sono riusciti a mettersi in salvo. Il sindaco parla della sua città come una “gabbia a cielo aperto, bombardata ogni giorno”. Nelle gabbie di solito vivono gli animali. Ma a Mariupol i civili vivono peggio delle bestie. A fatica riescono a sopravvivere. Eppure gli ucraini non vogliono mollare: “Resisteremo fino all’ultima goccia di sangue”. Inutile esaltazione (anche questa propagandistica) o estrema dignità di un popolo che non vuole arrendersi?

C’è un altro dettaglio, inquietante, che il sindaco racconta. Parla del triste destino che è toccato a molti sfollati: “Di notte i militari vanno nei rifugi e dicono che c’è un’evacuazione. Le persone, stremate, ci credono, salgono sugli autobus e vengono portate nelle zone sotto il loro controllo e in alcuni casi in Russia”.

In quei campi succede l’inimmaginabile: Ai civili vengono “prese le impronte digitali e sequestrati i documenti”, racconta il sindaco. “Separano le famiglie, portano via i bambini”. Se fosse confermato renderebbe evidente che siamo di fronte a gravissimi crimini di guerra. Perché così vengono trattati i prigionieri, non i civili. E separare le famiglie e i bambini dai genitori fa pensare a tristemente noti campi di sterminio del asecolo scorso.

Fondata nel 1778 con un altro nome, Mariupol crebbe di anno in anno, divenendo un centro importante nella commercializzazione del grano e nella produzione dell’acciaio, motore dell’industrializzazione del Paese. Oggi il 90% della città è distrutto. C vorranno decenni, e moltissimo denaro, per ricostruire e tornare a una sembianza di normalità. Ma le cicatrici di questa guerra, sanguinosa, resteranno ben impresse per chissà quante generazioni.



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