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Vladimir Luxuria detiene un record nella storia dell’Isola dei Famosi: è l’unico personaggio ad aver fatto la concorrente, l’inviata e anche l’opinionista. Conosce i meccanismi, i punti deboli dei naufraghi, le strategie e gli snodi del programma di Canale 5 e forse per questo con la conduttrice Ilary Blasi e con l’altro opinionista, Nicola Savino, è scattata un’alchimia che non si notava da diverse edizioni. “C’è grande complicità, siamo due ottime spalle per Ilary: il pubblico lo percepisce e i risultati si vedono”, racconta Luxuria a FqMagazine, sfogliando i ricordi isolani ma anche raccontando l’impegno per le trans ucraine bloccate al confine, gli arresti che ha subito in Russia e la voglia di diventare genitore.

Luxuria, lei all’Isola ha fatto tutto: la concorrente, l’inviata e pure l’opinionista.
Mi manca solo di fare anche la palma. Penso di essere un unicum, escludendo la lucida follia di Simona Ventura, che dopo anni di onorata conduzione andò a fare la concorrente.

Dei tre ruoli, quale l’ha segnata di più?
Fare la concorrente è un’esperienza emotivamente forte. È facile guardare i naufraghi dell’Isola con sufficienza, snobismo, senso di superiorità: per chi partecipa è un’esperienza totalizzante che può cambiare la vita.

La domanda che le fanno più spesso?
“Ma è tutto vero?”. Malinconia, nostalgia, fame, caldo, insofferenza: è tutto reale. Quei due mesi e mezzo me li porto dentro ancora oggi.

Cosa lasciò sull’Isola?
Diciassette chili e mezzo (ride). E smisi per sempre di fumare.

Cosa si portò in Italia?
Una consapevolezza maggiore: capii fino in fondo chi fossi e chi potevo diventare. Non mi interessava vincere, anche se alla fine vinsi, e non ho mai messo in atto strategie per riuscirci. Il mio obiettivo era sconfiggere paure e resistenze. Oggi posso dire di esserci riuscita.

Vinse l’edizione del 2008, seconda arrivò Belén Rodriguez: lei svelò il flirt tra la showgirl e Rossano Rubicondi e scoppiarono litigi epici.
Si litiga in ufficio, si litiga in famiglia, figuriamoci su un’isola senza cibo: l’uomo affamato è un uomo arrabbiato, guardi l’altro non come un avversario ma come un’altra bocca da sfamare. Tirai fuori la storia del flirt e successe di tutto: sia con Belén che con Rossano siamo però rimasti in ottimi rapporti.

A proposito di liti: il suo screzio con Nicolas Vaporidis, che lo scorso giovedì l’ha appellata al maschile durante un battibecco in diretta, è diventato virale sui social. Si aspetta delle scuse stasera?
Sì, mi aspetto delle scuse e le spero anche. Sono una persona positiva quindi mi auguro che Nicolas – che per altro ha fatto un film che si chiama Outing, in cui affrontava il tema dell’omosessualità, e che nelle varie interviste sembrava aperto – metta un controllo alla sua eccessiva suscettibilità e che capisca di aver detto una cosa sbagliata. Se le scuse arriveranno saranno ben accette. Io non sono mai rancorosa.

Tornando a Rubicondi: ha avuto contatti con lui fino a poche settimane prima della morte.
Mi invitò anche a Zanzibar: poco prima del Covid aveva aperto un’attività lì ma a causa della pandemia aveva perso un sacco di soldi. Lui arrivò sull’isola a metà reality e la prima impressione che ebbi fu negativa. Poi, conoscendolo, cambiai idea: ogni tanto millantava cose e amava pavoneggiarsi ma era una persona profondamente buona.

Lo incontrò anche nel 2012, quando tornò nel reality da inviata.
Quella fu l’ultima edizione in Rai, conduceva Nicola Savino. Rossano stava vivendo un momento complicato, accettò di fare l’Isola per tenersi lontano dai problemi, poi dovette ritirarsi e visse quel momento come una sconfitta.

Di quell’edizione cosa ricorda?
La leggerezza di essere dall’altra parte della barricata. E la sorpresa quando scoprii che gli spaghetti con le polpette della prova ricompensa erano quelli delle scatolette dei supermercati: da concorrente affamato – quando te li strappi di mano come in una scena di Miseria e nobiltà – pensi che a prepararli sia uno chef stellato.

È vero che le hanno proposto di fare l’inviata anche quest’anno?
No, è stata solo un’ipotesi dell’ultimo minuto, quando Alvin è risultato positivo a un tampone: per fortuna si è negativizzato prima della partenza.

È la prima volta che lavora con Ilary Blasi: che idea si è fatta di lei?
Mi diverte, ci capiamo con uno sguardo e si è creata una bella sintonia: ho l’impressione di conoscerla da sempre e invece ci siamo viste solo poche volte. Una delle quali al Muccassassina, dove fu mia complice in uno scherzo a Totti.

Cosa combinò?
All’epoca ero direttrice artistica del locale e loro vennero ospiti. Mi fu subito molto simpatica e le dissi: “Facciamo scherzo a Francesco”. Mi avvicinai e gli dissi che un go-go boy non si era presentato, che eravamo in difficoltà e che pensavamo a lui come sostituto. Sbiancò, balbettò che si era fatto male alla caviglia e mi disse: “Chiedi all’amico mio”. Di entrambi mi colpì l’assenza di pregiudizi.

Con Nicola Savino che rapporto ha?
Ottimo. È una persona corretta, mi fa ridere e ha un pregio enorme: non ha maschere, a differenza di molti conduttori che appena si spegne la lucetta rossa smettono di fingere facendo emergere il loro lato odioso.

Lei nel 2008 vinse l’Isola e intascò un premio da 200 mila euro (metà dei quali andò in beneficenza): li ha investiti bene?
Sì. I miei genitori vivevano in una casa popolare e con i soldi della vincita gli comprai una nuova abitazione. Il contratto prevedeva che metà vincita andasse a un ente benefico scelto dal vincitore e io puntai sull’Unicef: quando lo dissi in diretta tv, Vincenzo Spadafora, all’epoca presidente della sezione italiana, saltò sulla sedia per la sorpresa.

Qualche mese dopo andò in Mozambico come testimonial.
Spadafora organizzò una conferenza stampa di ringraziamento e davanti ai giornalisti mi chiese di andare in Mozambico per raccontare in quali progetti venivano spesi i soldi. D’istinto, senza valutare le conseguenze, accettai e partii.

Che esperienza fu?
All’inizio scioccante. Conobbi la realtà di decine di orfani che non avevano nulla, bambini che vivevano in capanne di paglia e fango, intere famiglie sterminate dall’Aids, piccoli morti a causa dell’acqua malsana che bevevano. Poi avvenne un incontro indimenticabile.

Con chi?
Enock, un bambino di otto anni: si affezionò moltissimo a me, probabilmente sperava che lo adottassi. Quell’incontro tirò fuori un istinto di protezione molto forte, per certi versi inaspettato. Se in Italia ci fosse stata l’adozione per i single, probabilmente lo avrei adottato.

Si chiede mai che genitore avrebbe potuto essere?
Sicuramente meno apprensiva di Carmen Di Pietro. Scherzi a parte, oggi a 57 anni non ci penso più, mi accontento dell’adozione a distanza. Non so che tipo di genitore sarei stata ma di sicuro ho capito che non è l’identità di genere o l’orientamento sessuale a dare la patente di buon padre o di cattiva madre.

Giorgia Meloni pochi giorni fa ha detto: “Non sono omofoba, ma l’adozione va riservata alle coppie etero”.
La Meloni è ancorata all’idea che l’orientamento sessuale sia una garanzia di genitorialità perfetta. Come se l’eterosessualità determinasse una superiorità, per altro è smentita dai fatti. Non è forse meglio provare a dare una vita migliore a un bambino che rischia di essere violentato o di morire di diarrea, invece che trincerarsi dietro slogan fuori dal tempo? Meloni però può sempre cambiare idea.

Del resto, l’ha cambiata persino Alessandra Mussolini: è passata dal “meglio fascista che frocio” a supportare il DDl Zan.
Nella mia vita ho imparato ad accogliere chi cambia idea. L’hanno criticata ma secondo me non finge, penso sia davvero pentita. Se poi si scusasse anche a Liliana Segre per le cose che ha detto su di lei, farebbe un altro gran bel gesto.

In questi giorni è in contatto con diverse associazioni per supportare le persone trans che non riescono a lasciare l’Ucraina: arrivano al confine e gli viene negata la fuga dalla guerra perché sui documenti hanno ancora nomi maschili.
Le rimandano in patria a combattere perché gli è stata negata la possibilità di cambiare nome sul passaporto. Mi spiace constatare la pruderie anche di alcuni giornali di sinistra nell’affrontare questo tema: per me l’oppressore è e resta Putin, ma va raccontato che Zelensky in questi anni ha fatto molte promesse alla comunità Lgbt che poi non ha mantenuto.

Ad esempio?
Ai Pride di Kiev la gente ci andava sotto scorta
, i diritti alle persone trans venivano negati e infatti oggi la polizia le rimbalza alla frontiera. Sono in contatto con Fabrizio Petri, l’inviato speciale del Ministero degli Esteri per i diritti umani, che sta cercando di aiutare decine di persone. Tra queste anche Zi Faamelu, la cantante trans che per fuggire è stata costretta a buttarsi in un fiume gelato al confine con la Romania. Per fortuna ora è salva e sta in Germania.

Lei l’oppressione del regime di Putin contro la comunità Lgbt l’ha vissuta, venendo arrestata due volte.
Nel 2008 il radicale Nikolai Alexeiev invitò me e Marco Cappato al Pride: ricordo insulti, lanci di uova, calci e pugni sotto gli occhi della polizia. Io riuscii a scappare, Cappato e Ottavio Marzocchi, un funzionario del Parlamento Europee, vennero arrestati e poi rilasciati. Nel 2015, alle olimpiadi di Sochi con Pio e Amedeo me la sono vista brutta: tirai fuori la bandiera arcobaleno vicino allo stadio e mi arrestarono, anche se la polizia poi disse che ero stata semplicemente trattenuta.

Cosa ricorda di quei momenti?
Il panico e la stanzetta illuminata dove ogni tanto entrava qualcuno mi scrutava come fossi un animale del circo e usciva. Mi rilasciarono facendomi promettere che non avrei ripetuto il gesto. Il giorno dopo urlai “gay ok” da un palco e mi riarrestarono nuovamente. Putin e il patriarca di Mosca sono ossessionati, hanno un evidente problema con l’omosessualità ma il popolo russo è molto più avanti e ha molti meno pregiudizi.

Sono passati dieci anni dall’ultima volta in cui decise di procedere all’operazione di riassegnazione chirurgica del sesso. A pochi giorni dall’intervento, rinunciò. “Non l’ho fatta perché non ero pienamente convinta”. Oggi?
Oggi sono orgogliosa di come sono. Noi trans siamo una bellissima combinazione tra anima e corpo, cultura e natura: io ho cercato di armonizzare le due anime e mi sento donna anche senza aver fatto l’operazione ai genitali. La mia, e quella di decine di altre persone, è una scelta di consapevolezza e autodeterminazione: non devo necessariamente operarmi per sentirmi donna.

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