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Negli ultimi giorni le forze militari russe che stavano combattendo nel nord dell’Ucraina, attorno alla capitale Kiev e alla città di Chernihiv, hanno iniziato a ritirarsi ordinatamente spostandosi verso il confine settentrionale per tornare in Bielorussia. Secondo l’Institute for the Study of War, centro studi statunitense molto apprezzato per le sue analisi militari, il ritiro sarebbe l’inizio di un cambio di strategia del governo russo, che avrebbe preso atto dei fallimenti ottenuti fin qui e avrebbe notevolmente ridimensionato i suoi obiettivi in Ucraina: ora vorrebbe concentrarsi quasi esclusivamente sulla regione del Donbass, dove dal 2014 si combatte una guerra civile innescata dalle milizie separatiste finanziate e armate dalla Russia.

Questo cambio di strategia, dicono diversi analisti militari, sembra poter trasformare il conflitto, prolungandolo nel tempo pur riducendo il campo di battaglia.

È difficile avere conferme indipendenti sulle informazioni diffuse dal governo ucraino, ma diverse città del nord sarebbero tornate negli ultimi giorni sotto il controllo dell’Ucraina. Sui social network circolano video che mostrano per esempio le strade abbandonate a Bucha, che si trova circa 60 chilometri a ovest di Kiev ed era stata una delle città più contese dai due schieramenti nella regione. Dalle immagini satellitari della società statunitense Maxar Technologies si vede inoltre come i russi abbiano smantellato le proprie postazioni militari dall’aeroporto di Hostomel, sempre vicino alla capitale, dove si era combattuta un’importante battaglia all’inizio dell’invasione.

Negli ultimi giorni le forze ucraine hanno lanciato contrattacchi in altre aree attorno a Kiev e Chernihiv (150 chilometri più a nord), costringendo o accelerando il ritiro russo. In alcune zone si combatte ancora, ma l’impressione è che siano perlopiù scontri con la linea russa più avanzata, incaricata di proteggere il grosso delle forze che si sta spostando verso il confine con la Bielorussia. Durante il ritiro, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, i russi hanno messo mine ovunque, anche nelle case e sui cadaveri lasciati per strada.

Secondo l’Institute for the Study of War, questo ritiro su larga scala dal nord sarebbe stato deciso soltanto negli ultimi giorni.

Il piano iniziale di Putin era condurre una “guerra lampo” che avrebbe dovuto permettere alle forze di russe di conquistare in pochi giorni le principali città ucraine, tra cui Kiev, Kharkiv, Odessa, contando sul fatto che gli ucraini avrebbero appoggiato l’invasione russa e il governo si sarebbe presto sciolto. Verso metà marzo era diventato chiaro che il piano era fallito. La Russia avrebbe però cercato di non abbandonarlo del tutto mandando rinforzi attorno Kiev, nel nordest e nel sud dell’Ucraina, nel tentativo di sfruttare la sua superiorità militare e fermare la resistenza ucraina. Alla fine di marzo, sostiene l’Institute for the Study of War, la Russia ha infine accettato l’impossibilità di conquistare tutta l’Ucraina seguendo il piano militare progettato inizialmente, e ha deciso di estendere ulteriormente il suo controllo sul Donbass.

Il fatto che l’offensiva russa si stia indirizzando verso il Donbass non è solo un’intuizione di centri studi e analisti militari. Una settimana fa era stato lo stesso governo russo ad annunciare il nuovo piano, ma in pochi ci avevano creduto anche perché dall’inizio della guerra, e in moltissime altre occasioni in passato, la Russia aveva tentato di sfruttare i cessate il fuoco e le sospensioni dei combattimenti per compiere attacchi o riorganizzarsi militarmente.

Il giornalista Yaroslav Trofimov, che si è dimostrato fin qui uno dei meglio informati sulla guerra, ha scritto sul Wall Street Journal che inizialmente sembrava che la Russia volesse mantenere attorno a Kiev un numero di forze militari sufficiente per minacciare la capitale ed evitare allo stesso tempo che l’Ucraina mandasse rinforzi importanti nel Donbass: «Ma una minaccia di accerchiamento delle forze russe, a nordovest o nordest di Kiev, ha accelerato il ritiro verso il confine bielorusso, spesso sotto il fuoco nemico».

Le forze ritirate, quelle in grado ancora di combattere, potrebbero quindi essere reindirizzate verso il Donbass per cercare di indebolire la resistenza ucraina, oltre che unire le forze russe provenienti da nord, quindi dalla città di Izyum appena conquistata dopo settimane di battaglia, a quelle provenienti da sudest, dalla parte della regione di Luhansk sotto il controllo dei russi. Nonostante in questa zona sia riuscita ad avanzare abbastanza rapidamente nelle aree rurali, la Russia non è infatti riuscita a conquistare le città di Kramatorsk, Slovyansk e Severodonetsk (dove si trova il governo regionale ucraino di Luhansk): prendendone il controllo, riuscirebbe appunto a unire le sue truppe e isolare le forze ucraine rimaste nella regione.

L’obiettivo russo, quindi, sarebbe quello di arrivare a un completo controllo del Donbass, che vada quindi al di là delle due Repubbliche di Donetsk e Luhansk, di cui Putin aveva riconosciuto l’autonomia prima dell’invasione, e anche al di là dei territori conquistati dall’inizio della guerra.

Questo controllo passa quindi dalla conquista di Mariupol, la città ucraina più martoriata dai bombardamenti russi e in larga parte già rasa al suolo. Mariupol è la decima città dell’Ucraina, ma la sua posizione strategica sulla costa settentrionale del mar d’Azov la rende un obiettivo fondamentale per la Russia. Negli ultimi giorni si sono intensificati gli sforzi della Croce Rossa internazionale di evacuare i civili ancora in città, che potrebbero essere circa 160mila, ma finora con scarso successo. Gli analisti militari ritengono che la conquista di Mariupol da parte della Russia sia comunque questione di giorni.

Secondo l’Institute for the Study of War, è invece improbabile che le forze russe proveranno a iniziare nuove grosse offensive dal fronte meridionale: tenteranno di difendere Kherson, l’unica capitale provinciale ucraina che finora hanno conquistato, ma difficilmente si spingeranno di nuovo verso ovest (Mykolaiv) e verso nord (Zaporizhzhia e Kryvyi Rih), almeno per ora.

Allo stesso modo, è difficile pensare che Putin accetti di avviare negoziati seri prima di avere conquistato tutto il Donbass, che a questo punto si può considerare l’obiettivo minimo dell’invasione russa. Ottenere qualche vittoria militare importante potrebbe migliorare la posizione negoziale della Russia, che al momento sembra assai debole a causa dei fallimenti delle ultime settimane.

Si prospetta però una guerra lunga, che potrebbe andare avanti mesi, forse anni. La riduzione del campo di battaglia spingerà sia la Russia che l’Ucraina a rinforzare le rispettive truppe nel Donbass, e la convinzione di entrambe di poter vincere la guerra porterà probabilmente i due governi a non fare importanti concessioni durante i negoziati di pace.

Rimane invece assai complicato dire quale sia l’obiettivo politico di Putin oggi. L’idea iniziale, quella di rendere l’Ucraina un paese “vassallo” simile alla Bielorussia attraverso la rapida destituzione del governo di Zelensky e l’insediamento di un governo “fantoccio” amico dei russi, è diventata impraticabile: non solo per l’inaspettata e tenace resistenza militare ucraina, ma anche per l’impossibilità russa di governare le città ucraine senza la minaccia dell’uso o l’uso della forza (come dimostra anche il caso di Kherson, dove le manifestazioni di dissenso verso le forze occupanti russe sono frequenti).

La conquista del Donbass potrebbe perlomeno permettere a Putin di “salvare la faccia”, visto che una delle sue infondate giustificazioni per l’invasione era che la Russia dovesse proteggere le popolazioni delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Luhansk dagli attacchi ucraini. Oggi il Cremlino ha cambiato la sua retorica sulla guerra: sostiene che l’offensiva nel nordest dell’Ucraina (quella che è fallita) fosse stata iniziata solo per indebolire le forze ucraine prima di raggiungere il suo «obiettivo principale», cioè la conquista del Donbass.

 

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