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AGI – Il carattere non le manca, tutt’altro. Di caratteri invero ne ha migliaia, di legno e di piombo, salvati da muffa, spazzatura, fonderie, e che oggi riempiono i cassetti del suo atèlier a San Miniato, in provincia di Pisa. Due anni fa lascia le sicure prospettive di un lavoro da insegnante di ruolo e di talentuosa grafica e designer mossa da un desiderio diventato praticamente una missione: salvare strumenti e caratteri tipografici destinati a diventare rifiuto o anticaglia da mercatino.

Così Martina Vincenti a 37 anni diventa la ‘Tipografa Toscana’, e andando, si direbbe, controtempo prosegue una lenta e sapiente tradizione artigiana che oggi conta solo rari e stanchi epigoni, rimpiazzata dalla modernità di software, cellulari e stampanti digitali iperveloci.







In due anni la sua piccola bottega tipografica, che in realtà è un atelier d’artista, si fa conoscere attraverso Instagram dove organizza seminari e laboratori per chi vuole approfondire l’arte dei caratteri mobili e provarla dal vivo. Martina produce opere a tiratura limitata che diventano arredi unici o regali speciali, realizzati su richiesta e su misura. È un lavoro artigiano al 100%: persino i macchinari sono azionati a mano, senza l’impiego dell’elettricità.

Alla ripresa di questo oramai ‘antico’ mestiere Martina racconta di essersi avvicinata con gradualità. Nel mondo dei rigattieri e delle tipografie in dismissione arriva per caso, quando, dopo un corso sulla stampa a caratteri mobili, si appassiona e inizia a recuperare attrezzi e strumenti in disuso e in apparenza spacciati.

“Ho girato ogni parte d’Italia – racconta –; era un modo per staccare dai ritmi ossessivi della grafica”. Sette anni come insegnante precaria e a un passo dall’immissione in ruolo, gli inizi da graphic designer nel laboratorio di Oliviero Toscani e una parentesi da socia di uno studio grafico che curava l’immagine di varie aziende, Martina trasforma la sua nuova passione in un lavoro e rispolvera il mestiere del tipografo.

“Gran parte del patrimonio tipografico in Italia è andato purtroppo perduto – spiega -. Nella conversione degli anni ‘80-’90, le tipografie hanno buttato via montagne di caratteri anche di legno. Io mi preoccupo di andare a cercarli in giro per l’Italia, faccio delle vere e proprie spedizioni, anche perché ormai si è sparsa la voce; mi capita molto spesso di essere chiamata da qualche tipografia in dismissione, così mi precipito per salvare macchine e caratteri. Questi, purtroppo, sono destinati a finire in fonderia e a diventare pallini da caccia. Fanno una fine poco nobile, insomma”.

Nel suo piccolo atelier di San Miniato, Martina raccoglie custodisce e restaura migliaia di caratteri mobili e anche importanti attrezzature, dall’800 fino agli anni 70-80, che non rappresentano i cimeli di una collezione, ma ‘redivivi’ strumenti per il suo lavoro: “Ho sei macchine che ho recuperato e fatto restaurare – spiega -: tre tirabozze, che venivano usati in tipografia per le prime prove di stampa, due pedaline come quelle del film in cui Totò fabbrica banconote false, una maniglia, che serve per stampare biglietti da visita e inviti di piccolo formato”. “Finora ho salvato almeno 200 alfabeti interi – racconta -. Ripulirli, dopo anni fra muffe e usura, è una specie di secondo lavoro”.

Perché affannarsi quando il progresso e la modernità ci offrono la comodità della stampa digitale? “Perché comprare una stampa tipografica è come comprare un abito da un sarto: è un pezzo unico – dice Martina -. I caratteri, realizzati a loro volta a mano e usati per decenni si portano dietro, anche dopo il restauro, sempre una o più imperfezioni. Per anni ho lavorato come grafica e come tutti i grafici ero alla ricerca ossessiva della perfezione: ecco, ho capito che avevo bisogno di andare in un’altra direzione”.

“Quando ho iniziato a fare la tipografa, ragionavo ancora secondo quella ‘filosofia’ – racconta ancora – . Mi accorgevo però che, nonostante mi ostinassi nell’ottenere l’effetto della perfezione, chi comprava sceglieva le mie opere più imperfette, quelle che io consideravo difettose. In realtà erano uniche. I caratteri in legno, ad esempio, risentono molto dei segni del tempo, che si trasmettono sul foglio. Se di un poster produco 100 copie, nessuna sarà mai uguale all’altra e questo rende il prodotto unico”.

La “Storia” da salvare

Per Martina i caratteri non sono solo strumenti di lavoro ma anche storie che ama ricercare, conoscere e in qualche modo tramandare, in un diario privato e in un diario pubblico, che è appunto la sua pagina Instagram.

Storie come quella di alcuni grandi caratteri, alti 50 centimetri, trovati nella bottega di un tipografo che li usò una sola volta: “Mi raccontò di averli acquistati negli anni ’50 per il manifesto di un concerto di Mina, non ancora famosa. Essendo il suo nome solo di quattro lettere, occorreva un carattere molto grande per riempire tanto spazio. Mi disse che non poté mai più riutilizzarlo perché l’anno successivo venne Celentano, un nome troppo lungo …”.

“Insomma – commenta – penso sempre che tutte queste famiglie di caratteri sono state usate che io non ero neppure nata e quando chi li adoperò non ci sarà più, anche questa memoria sarà perduta. Ecco perché cerco di conservarla attraverso i racconti di chi me li cede”.

Non solo gente comune, ma anche artisti si sono interessati al lavoro di Martina, come il complesso dei Negrita, il poeta Franco Arminio o il fotografo Settimio Benedusi, con i quali ha sviluppato collaborazioni.

“Durante il picco della pandemia – racconta – stampai un poster con una canzone dei Negrita. Li contattai perché pensai che potesse essere una buona idea per raccogliere fondi in quel periodo così doloroso per tutti. Il progetto andò in porto e potemmo aiutare tante persone attraverso una donazione alla Protezione Civile”. Molto recente è la collaborazione con Franco Arminio: Martina ha realizzato una stampa con il verso “abbiate cura di impazzire per un abbraccio”, una poesia dal suo ultimo libro ‘Studi Sull’Amore’



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