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Per riempire il calamaio ha usato una dozzina di provette di sangue dei suoi soldati, dodici provette perché le cose da scrivere erano tante ma il concetto chiave della lettera firmata dal comandante Vagapov, della divisione di Odessa dell’esercito ucraino, è uno solo: “Stiamo morendo per difendervi, fate una No Fly Zone al più presto, chiudete i cieli”.

La lettera, ottenuta in esclusiva dall’ANSA, sarà inviata nei prossimi giorni alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo e diverse copie saranno recapitate alle cancellerie europee, spiega Vagapov, che nell’appello accusa Vladimir Putin di “aver attaccato l’Ucraina come i nazisti attaccarono l’Unione Sovietica, a tradimento”. “Per la Russia (che non viene mai menzionata con la lettera maiuscola) l’Ucraina è diventata un poligono di tiro in cui testare le loro armi sui nostri civili. Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina i russi hanno sparato 467 missili e condotto 1804 raid aerei sopra le città del nostro Paese. Paura, lacrime e morte è ciò che portano sulla nostra terra coloro che parlavano di amore tra popoli fratelli”, continua la missiva scarlatta. “Vogliamo che tutto il mondo capisca che la Russia non si fermerà, andrà oltre invadendo la Moldavia, la Polonia e i Paesi baltici, è una minaccia per tutta l’Europa. Oggi l’Ucraina è l’unico argine che resiste a Putin e ciononostante la Nato non si affretta a chiudere i cieli sopra l’Ucraina”, mette in rosso su bianco Vagapov.

Un appello scritto direttamente col sangue “perché noi combattiamo contro un’aggressione diretta a voi ma pagando con le nostre vite, l’Ucraina ha bisogno del vostro aiuto, il nostro esercito ha bisogno di armi pesanti e le città e i villaggi dell’Ucraina hanno bisogno che il cielo sopra di loro sia messo in sicurezza”, ripetono i soldati che siglano con tre gocce di sangue. Il centro di Odessa nel frattempo è sempre più spettrale, le vie del centro sono inaccessibili e le vetrate dei negozi coperte da lastre di legno e indicazioni per i rifugi antiaerei. Il quartiere Malinovsky è privo di energia elettrica da ieri a causa dei danni alle infrastrutture causate dai missili russi, avvisa la DTEK, la società elettrica della città. Di guardia davanti ai sacchi di sabbia che proteggono le pareti del teatro dell’opera Andrej, che come nome di battaglia ha scelto il molto più inoffensivo ‘Richard’, racconta di “aspettarsi un attacco da un momento all’altro”.

Da quando ha visto i video del massacro di Bucha, non è ancora riuscito a dormire, è rimasto ad osservare il mare dalla cima della scalinata Potemkin “per vedere se spuntavano le sagome delle navi russe”. “Siamo pronti a morire ma ci servono più armi”, spiega Serhiy Bratchuk, il portavoce delle brigate civili di Odessa. “La minaccia più grande arriva dal mare, ci servono missili anti nave e mine, i fatti di questi giorni dimostrano che possiamo battere i russi, dateci le armi e Putin lo fermeremo noi”.



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