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01 aprile 2022 15:51

Sono una delle poche fortunate che non è ancora risultata positiva al covid-19. Questo nonostante per le mie ricerche io lavori a contatto con il sars-cov-2 vivo e in grado di riprodursi, faccia lezione in presenza all’università e abbia figli che vanno a scuola.

Ho amici sani e completamente vaccinati della mia stessa età, che non sono stati così fortunati. E alcuni si sono ammalati più di una volta di covid-19 negli ultimi due anni. Cosa rivela tutto questo sul mio sistema immunitario?

Cellule di memoria
In primo luogo, dobbiamo considerare una serie di scenari. Esiste una piccolissima possibilità che io non sia mai entrata in contatto con il virus. Ma data la durata della pandemia e il numero di varianti altamente trasmissibili, è improbabile. Poi c’è la possibilità che io sia entrata in contatto con il sars-cov-2, ma che questo sia stato eliminato dal mio corpo rapidamente prima che si sviluppasse e provocasse la malattia (infezione abortiva). All’inizio della pandemia, e prima di essere vaccinata, potrei aver preso il virus, ma potrei essere stata tra le poche persone che non hanno mostrato sintomi e che quindi non hanno effettuato un test.

Alcune persone possono eliminare il virus rapidamente perché hanno anticorpi preesistenti e cellule con una memoria immunitaria che riconoscono il virus. Queste potrebbero essere cellule T con una reattività crociata, generate in precedenza per combattere coronavirus responsabili del comune raffreddore. Ci sono prove di una maggiore prevalenza di infezioni endemiche da coronavirus (non covid-19) nei giovani e di una ridotta presenza di cellule T con reattività crociata nelle persone più anziane.

Se in precedenza avessi contratto una variante, ma avessi reagito bene, non sono convinta di poter essere immune alla prossima

Da quando sono disponibili i vaccini, ho ricevuto la mia prima e seconda dose, oltre a un’iniezione di richiamo. I vaccini funzionano esponendo il nostro sistema immunitario alla proteina spike del virus, e mettendo in moto un arsenale precoce di anticorpi e cellule T specifiche. Questi lasciano dietro di loro delle cellule di memoria, che possono resistere per anni ed entrare in azione per prevenire la reinfezione.

Anche se i vaccini contro il covid-19 proteggono ancora dalle forme più gravi della malattia, ogni volta che emerge una nuova variante noi scienziati cerchiamo freneticamente di capire, dai dati della vita reale, se può eludere la protezione del vaccino. Non possiamo prevedere quando l’efficacia del vaccino diminuirà, perché non osserviamo l’evoluzione graduale del virus, nella quale i lignaggi emergenti aggiungono nuove mutazioni ai loro predecessori; la variante omicron, oggi prevalente, ha poche somiglianze con la delta, che si era ampiamente diffusa l’anno scorso. L’infezione naturale non offre una protezione a lungo termine, e l’immunità indotta dal vaccino, più potente, ha bisogno di un richiamo per proteggere dalle varianti.

Di conseguenza, se in precedenza avessi contratto una variante, ma avessi reagito bene, non sono convinta di poter essere immune alla prossima. Le persone, infatti, riferiscono di sintomi diversi dopo diversi cicli d’infezione: nel corso delle infezioni successive, alcune si sentono meglio e altre peggio.

Polimorfismi delle reazioni
C’è anche la possibilità che sistemi immunitari diversi rispondano in modo diverso al virus. Affinché il sars-cov-2 infetti, la proteina spike sulla superficie del virus ha bisogno di attaccarsi a proteine specifiche sulle cellule bersaglio, come la proteina Ace2. È possibile che le persone resistenti all’infezione abbiano livelli diversi di Ace2 rispetto alle altre persone? La minore presenza di Ace2 nei polmoni dei bambini, rispetto agli adulti, potrebbe parzialmente spiegare perché i bambini spesso mostrino un’infezione più lieve.

È anche possibile che alcuni di noi abbiano rari tipi di Ace2 a cui la proteina spike del coronavirus non può attaccarsi. Le differenze di reazione alla proteina tra le persone sono note come polimorfismi, e la loro scoperta è preziosa. Le persone che hanno un raro polimorfismo genetico rispetto alla proteina CCR5 sono risultate immuni all’infezione da hiv. A sostegno di questa teoria, recenti analisi genetiche hanno rivelato che rari tipi di Ace2 possono influenzare la possibilità d’infezione da covid-19.

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Studi su operatori sanitari che sono rimasti costantemente negativi al covid-19 hanno inoltre mostrato la presenza di cellule T preesistenti che riconoscono i peptidi – la catena di molecole che compongono una proteina – da parti del virus meno variabili rispetto alla proteina spike (che, sotto la pressione della nostra risposta immunitaria, muta frequentemente per eludere i nostri anticorpi). Questi studi suggeriscono che sarebbe saggio non fare affidamento su vaccini che prendono di mira la proteina spike se vogliamo costruire un’immunità alle nuove varianti, e dovremmo pensare di incorporare più parti del virus che non cambiano nel tempo (proteine evolutivamente conservate) nella progettazione dei nostri vaccini.

Ci stiamo ancora sforzando di capire cosa può causare la resistenza al covid-19, e non possiamo essere sicuri del perché una persona come me non sia ancora risultata positiva. Ma quello che so è che, visto che è probabile che emergeranno nuove varianti, non c’è ancora alcuna garanzia che non sarò infettata. Anche se siamo stati fortunati finora, è meglio non correre rischi.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.



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