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di Lorenzo Cremonesi

A cinquanta chilometri da Kiev, un altro villaggio distrutto: oltre 200 morti ancora sotto le macerie, nei giardini o nelle cantine. Massacri simili sono avvenuti nelle cittadine attorno a Kharkiv e Chernihiv

dal nostro inviato
BUCHA — Non c’è limite al peggio. Adesso emerge che gli orrori di Borodyanka possono essere anche più gravi di quelli di Bucha. C’è ancora tanto da scoprire nelle zone appena abbandonate dall’esercito russo. Appena prima di raggiungere Bucha si scorgono tra le campagne segni di distruzioni e morte che due giorni fa non avevamo notato, nella foga di arrivare il prima possibile a quello che ci era stato descritto come il luogo dove più gravi sono state le stragi di civili. Ci sono gruppi di ville e alcuni capannoni colpiti dalle bombe e completamente bruciati. E nelle macchie di bosco attorno si distinguono dedali di trincee, bunker scavati nella terra scura e alberi abbattuti con tracce profonde di cingoli che vanno a perdersi tra la vegetazione. «I carristi russi cercavano il riparo dei pini per sfuggire ai nostri droni. Non è escluso ci portassero anche i loro prigionieri. Molti sono poi stati attaccati dall’aria. La zona va ancora perlustrata», ammette un ufficiale ucraino.

Nei villaggi attorno a Kiev stanno emergendo segni di torture sui civili, e i dirigenti del governo Zelensky sostengono che atrocità terribili sono state individuate nella cittadina di Borodyanka, una ventina di chilometri a nordest di Bucha e una cinquantina dalla capitale. «Gran parte degli edifici sono stati distrutti, stimiamo vi siano ancora 200 morti sotto le macerie, nelle cantine e nei giardini. La nostra area fu la prima ad essere occupata dalle truppe russe il 24 febbraio mentre marciavano su Kiev ed è stata liberata solo domenica scorsa, va ancora pulita e bonificata. Come a Bucha, stiamo cercando le fosse comuni», sostiene il sindaco di Borodyanka, Georgiy Erko. Lo stesso presidente Zelensky ne ha parlato ieri nel suo discorso-appello alle Nazioni Unite.

Il calvario

La zona era stata investita dalla violenza della guerra proprio all’inizio dell’attacco sulla capitale. Le colonne russe erano passate da qui arrivando da Chernobyl e per unirsi alle truppe aviotrasportate che erano asserragliate nell’aeroporto di Hostomel. Ma l’intera operazione era fallita, causando molte vittime tra i russi. Non è da escludere che proprio in questa fase anche diversi civili ucraini siano stati uccisi o feriti. Fu allora che iniziò il calvario di Borodyanka: l’intero centro è sventrato e il numero di palazzi colpiti o bruciati sia superiore all’80% dell’area urbana. Alcuni reporter hanno scorto vestiti e coperte scaraventati sulle cime delle piante dalla violenza delle esplosioni. Notizie di massacri provengono anche dalle cittadine attorno a Kharkiv, dalle quali i russi stanno ritirandosi in modo sempre più rapido, e inoltre a Chernihiv, sulla strada che da Kiev porta in Russia, e quindi a Sumy e Izyum, dove i comandi di Putin cercano di riorganizzare le truppe per stringere d’assedio i contingenti ucraini impegnati per contenere l’avanzata nemica dal Donbass. E occorre ancora attendere per capire cosa sia davvero accaduto nel mattatoio di Mariupol.

Ieri abbiamo potuto girare almeno tre ore in libertà per le strade sporche di guerra a Bucha. I corpi individuati nei giorni scorsi erano stati tutti raccolti e i poliziotti stavano documentando e fotografando le macchie di sangue sul terreno assieme ad ogni resto che potesse aiutare l’inchiesta in vista della scelta ucraina di accusare i russi di «crimini di guerra» al tribunale internazionale dell’Aja. Nei pressi di un centro commerciale Gennady Chernasky, un imprenditore di 47 anni, mostra dove assieme ai 13 famigliari sono riusciti a sopravvivere. «In giardino avevamo raccolto tanta legna e secchi d’acqua per cucinare. La notte non accendevamo alcuna candela, temevamo che i russi potessero fare irruzione», spiega. Le sue parole sono fattuali. «Qui hanno sparato con eguale intensità russi e ucraini. I comandi russi stavano vicino alla stazione elettrica e nei palazzi più alti, gli ucraini hanno bombardato a tappeto, anche molte nostre automobili sono andate distrutte dai loro colpi», racconta.

Gli spari sulle famiglie

Però non esita anche a sottolineare che i russi sparavano contro le famiglie che cercavano di fuggire in auto, mostra il suv del suo vicino ridotto in un colabrodo di buchi di proiettili. Quanto ai furti da parte dei russi, lui dice che gli appartamenti abbandonati sono stati metodicamente setacciati. «Hanno portato via tutto. Nel circolo dei nostri palazzi siamo rimaste in 4 famiglie su 124, i russi avevano raccolto un bottino gigantesco», ricorda. Stessa fine pare abbiano fatto i negozi e i grandi magazzini, ma non i supermarket e gli alimentari, dove la popolazione ucraina affamata ha letteralmente fatto a gara con i russi per accaparrarsi tutto ciò di commestibile che restava.

Il 42enne Valery ha invece una testimonianza particolare: «Con mia mamma Sofia, di 75 anni, eravamo chiusi nel nostro piccolo appartamento quando la mattina del 12 marzo dieci soldati russi hanno fatto irruzione. Volevano il mio portatile, ho risposto che non l’avevo. Se ne sono andati, ma a fine marzo sono tornati, hanno chiuso mia madre in bagno accusandomi di essere una spia, hanno sparato in aria, volevano uccidermi in garage. Io mi sono inginocchiato di fronte a loro pregando in russo il loro Dio, visto che io appartengo alla chiesa del patriarcato di Mosca. Allora hanno minacciato che sarebbero tornati il giorno dopo. Ma la stessa sera se ne sono andati».

5 aprile 2022 (modifica il 5 aprile 2022 | 22:42)

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