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PONTE SAN NICOLÒ – Non è stata una vita facile quella della mamma padovana 35enne morta venerdì pomeriggio – 1. aprile – nella sua abitazione di Ponte San Nicolò, sopraffatta dal fumo di un rogo scoppiato in camera da letto. Prima aveva sofferto per la morte di sua madre, poi la malattia del papà, quindi la relazione andata a monte con il padre dei suoi due figli, affidati al padre e non a lei, perché troppo provata dalla depressione per poterli crescere serenamente. Infine l’anno scorso il boccone più amaro da digerire: una tanto desiderata figlia, concepita con il suo  nuovo amore, che però non nascerà mai.


Un’ultima pesante mazzata del destino, da cui la 35enne non si è più risollevata.

Così, quando venerdì pomeriggio, dopo un violento litigio, ha visto uscire di casa sbattendo la porta il suo nuovo compagno, ha temuto di essere nuovamente abbandonata. E ha deciso di mettere in atto una “vendetta”, che col senno di poi somiglia tanto a un ultimo disperato tentativo di richiamare l’attenzione su di lei e sul suo dolore.

Una vendetta, la cui unica vittima sarà proprio lei, uccisa da quell’incendio che lei stessa aveva appiccato per ripicca contro il compagno. Sì, perchè secondo la ricostruzione dei carabinieri, coordinati nelle indagini dal sostituto procuratore Sergio Dini, è stata proprio la donna ad aver innescato il rogo. Aveva deciso di bruciare i vestiti del fidanzato, ma poi il fuoco si è espanso, il fumo ha preso il sopravvento e l’ha soffocata, nonnostante il suo disperato tentativo di fuggire. I pompieri l’hanno trovata a un paio di passi dalla porta d’entrata. Un altro piccolo sforzo e si sarebbe salvata. 
Ma cos’è successo esattamente venerdì pomeriggio in quell’appartamento di via Firenze? Gli inquirenti hanno ricostruito la dinamica sentendo a lungo il compagno, l’assistente sociale ed esaminando i rilievi eseguiti dalle squadre tecniche di pompieri e Arma. 
«Io l’amavo, volevo solo che stesse meglio, ma l’ho vista bere di prima mattina e mi sono arrabbiato» avrebbe dichiarato il fidanzato della 35enne. I vicini di casa, infatti, avevano sentito le urla della coppia, con lui che le inveiva contro perchè la donna stava bevendo un alcolico poco dopo le 11 di mattina, dopo la visita dall’assistente sociale. Poi l’uomo è uscito e nemmeno un’ora dopo la dirimpettaia della vittima ha allertato il 115 vedendo uscire del fumo dalle fessure della porta d’ingresso del suo appartamento. 
Nel frattempo la donna aveva fatto una chiamata all’assistente sociale per cercare di avere un po’ di conforto. E poi ha contattato due, tre, quattro – e forse più – volte, al telefono il fidanzato che stava andando al lavoro, per tentare di ricucire quello strappo avvenuto prima che lui uscisse di casa. A quel punto ha deciso di mettere in pratica la sua vendetta. Annebbiata da alcol e farmaci, ha preso i vestiti del fidanzato, riposti in uno di quei contenitori di plastica che consentono di riporlo ordinatamente nell’armadio, li ha appoggiati sul letto e poi ci ha dato fuoco. Ha anche scattato una foto del falò e l’ha inviata al fidanzato, forse un tentativo disperato per farlo tornare a casa. Ma la situazione le è ben presto sfuggita di mano. Rallentata dalle sostanze che aveva assunto, non si è subito accorta che il fuoco stava divorando ben più dei vestiti contenuti nella scatola. E quando le fiamme hanno iniziato a distruggere la plastica, si è sprigionato un fumo nero e tossico che l’ha soffocata. 
L’assistente sociale quasi ogni giorno riceveva una pioggia di telefonate e sms dalla 35enne, ha spiegato il sindaco Martino Schiavon: «Non riusciva ad accettare che il giudice avesse affidato i piccoli al padre. E non aveva mai superato la morte della madre. Abbiamo fatto tutto quel che si poteva per lei, ora dobbiamo pensare ai suoi figli». Il ritratto di una donna disperata, introversa e instabile. Un’esistenza senza requie, tanto che ora il pensiero di tutti è solo uno: «Che possa trovare quella pace che in vita non ha mai avuto».

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