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di Massimo Franco

Se il conflitto non si ferma la trasferta in Ucraina potrebbe diventare l’estrema risorsa per ottenere un «cessate il fuoco»

Per capire il significato delle parole di Francesco sulla sua possibile visita a Kiev, bisogna tornare a dieci giorni fa: al giorno successivo a quello dell’invito che gli rivolse per telefono il presidente ucraino Volodymyr Zelensky prima di parlare il 22 marzo al Parlamento italiano. Il 23 marzo, per due ore il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ricevette l’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Aleksandr Avdeev. E tra le cose che discussero ci fu anche l’eventualità del viaggio del pontefice in Ucraina: una prospettiva che per il regime di Mosca sarebbe stata «un regalo agli Stati uniti, prima e oltre che a Zelensky». Il fatto che, da Malta, il papa abbia ribadito che non esclude di andare a Kiev, è un modo per segnalare a Vladimir Putin che se il conflitto non si ferma il viaggio potrebbe diventare l’estrema risorsa per ottenere un «cessate il fuoco».

La durezza delle parole usate da Francesco contro l’aggressione militare di Mosca segna, se non una cesura, una sottolineatura ulteriore delle responsabilità di Putin rispetto al passato. Dire che la possibilità di una visita a Kiev «è sul tavolo» significa rimarcare che il tempo del negoziato diventa sempre più urgente; e che, se una mediazione fallisce perché la Federazione russa la rifiuta, il Vaticano si muoverà comunque: a costo di sfidare «qualche potente, tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti», che «provoca e fomenta conflitti, brutali combattimenti nelle strade e minacce atomiche». Nelle parole di Francesco manca il nome di Putin, ma pochi dubitano che il destinatario del messaggio sia in primo luogo lui.

E questo nonostante la Santa Sede si sia tenuta in una posizione di difficile equilibrio tra ortodossi russi, ucraini ed est europei, sui quali il conflitto militare si scarica con divisioni anche religiose e nazionalistiche; e nonostante il papa abbia conservato un filo di dialogo con il Patriarca di Mosca, Kirill, che ha appoggiato inopinatamente il conflitto con motivazioni rozzamente anti-occidentali: tanto che l’ambasciatore Avdeev ha potuto dire qualche giorno fa che Francesco e Kirill probabilmente si incontreranno «entro l’anno». La presa di posizione, l’evocazione di «una guerra fredda allargata» fa capire tuttavia che i margini di manovra si riducono: per tutti, anche per il Vaticano, che ha scelto una strategia della prudenza e della pazienza messa a dura prova dall’inasprimento dei bombardamenti contro civili inermi.

Il conflitto ha reso impossibile lo sforzo di parlare di pace e dialogo senza additare sempre più esplicitamente le responsabilità russe. Ormai è cominciata una fase nuova e difficile. E il discorso di Malta conferma che è affiorata un’incrinatura inedita tra due realtà che, in particolare con l’elezione di Francesco nel 2013, avevano mostrato negli ultimi anni una sintonia vistosa: un asse confermato dalla protezione russa delle minoranze cristiane in Medio Oriente, e dal dialogo papale con Kirill. L’aggressione all’Ucraina l’ha sgualcita. Dopo il 24 febbraio, quell’architettura religioso-diplomatica costruita faticosamente per anni è stata almeno lesionata.

E ieri il papa ha fatto capire che, senza una presa di coscienza dell’enormità dell’aggressione armata all’Ucraina, il suo linguaggio sarà sempre più esplicito. A guardare bene, è la prima guerra tra cristiani che si consuma sul suolo europeo dopo decenni di pace. E, dal punto di vista della Roma papale, può congelare per decenni gli sforzi compiuti per fare avanzare un dialogo tra religioni. La «guerra fredda allargata» che Francesco evoca e teme lascia indovinare l’estensione del conflitto dagli eserciti di soldati a quelli della fede: temibili, se contrapposti, quasi quanto i primi. E sarebbe pagata dai più deboli, si tratti dei profughi ucraini o degli immigrati africani in fuga nel Mediterraneo.

2 aprile 2022 (modifica il 2 aprile 2022 | 18:08)

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