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Domenica 3 aprile in Ungheria si vota per le elezioni parlamentari, quindi per rinnovare il governo guidato in maniera semi-autoritaria da Viktor Orbán. Per la prima volta da molti anni l’opposizione si presenterà unita, sostenendo un unico candidato primo ministro. E secondo i sondaggi ci sono buone possibilità che possa giocarsela con la coalizione di Orbán.

Cercare di capire come andrà a finire non è affatto semplice. Da un mese la campagna elettorale è stata stravolta dalla guerra in Ucraina – anche se gli analisti politici non sanno chi possa trarne maggiore vantaggio, se la maggioranza o l’opposizione – e da tempo Orbán sta portando avanti una campagna elettorale fatta di forzature e bugie, come altre volte nella sua carriera politica, che potrebbero condizionare il risultato finale.

Lo spoglio delle elezioni in Ungheria sarà seguito attentamente in vari paesi occidentali. «La presa di potere di Orbán coincise con l’inizio dell’epoca del populismo autoritario», ha scritto Michelle Goldberg sul New York Times: «la sua sconfitta potrebbe segnalarne l’inizio della fine».

Viktor Orbán (AP Photo/Anna Szilagyi)

Orbán è primo ministro dal 2010 ma è in politica praticamente da sempre. Da giovane era stato un noto attivista anti-comunista e filoeuropeo, e con quelle credenziali e grazie a un riconosciuto carisma era riuscito a scalare progressivamente le gerarchie di Fidesz, il principale partito di centrodestra del paese.

Arrivato al potere però ha approvato diverse norme che limitano la libertà di stampa, ha promosso posizioni discriminatorie contro la comunità gay e le minoranze di musulmani, rom ed ebrei, e introdotto leggi che criminalizzano l’accoglienza per i migranti. Nel frattempo, ha garantito ricchi contratti statali al suo circolo ristretto di amici e collaboratori e accentrato il potere giudiziario nelle mani di Fidesz e dei suoi alleati del Partito Popolare Cristiano Democratico.

Negli anni Orbán e Fidesz hanno anche completamente monopolizzato il dibattito pubblico, facendo credere all’elettorato ungherese – già molto tradizionalista, soprattutto fuori dalle grandi città – che i paesi dell’Europa occidentale e l’Unione Europea abbiano preso una direzione opposta ai valori della tradizione cristiana conservatrice, e che l’Ungheria sia rimasta l’unica a difenderli. «Abbiamo rimpiazzato la fallimentare democrazia liberale con una moderna democrazia cristiana», annunciò lo stesso Orbán dopo avere stravinto le elezioni del 2018.

L’opposizione cercava da tempo un candidato primo ministro che potesse piacere anche a un elettorato del genere, e l’ha trovato infine in Péter Márki-Zay, economista e sindaco della piccola città di Hódmezővásárhely.

Márki-Zay ha 49 anni, è cattolico, ha sette figli e si dichiara apertamente un conservatore: al contempo ritiene che le sue credenze religiose non vadano imposte a tutti, e che l’Ungheria vada riavvicinata al resto dei paesi europei garantendo maggiore indipendenza ai tribunali e contrastando con più risorse la corruzione, che negli anni di Orbán è diventato un problema molto sentito dagli ungheresi. Nell’indice sulla corruzione percepita compilato ogni anno dall’ong Transparency International, negli ultimi dieci anni l’Ungheria è diventata il secondo paese col dato più alto dell’Unione Europea dopo la Bulgaria.

Péter Márki-Zay (AP Photo/Laszlo Balogh)

La campagna elettorale era appena entrata nel vivo quando la Russia ha invaso l’Ucraina, mettendo la politica estera al centro del dibattito.

Orbán è uno dei leader europei più legati al presidente russo Vladimir Putin, che ha incontrato una dozzina di volte da quando è primo ministro e spesso lodato pubblicamente. Dall’inizio della guerra Orbán è stato costretto a mantenere una posizione piuttosto scomoda, condivisa con i politici europei di estrema destra che negli anni scorsi avevano espresso una pubblica fascinazione per Putin: ha dovuto sostenere le durissime sanzioni decise dall’Unione Europea contro la Russia, ma al contempo non ha mai condannato esplicitamente Putin per avere provocato la guerra.

Da settimane Márki-Zay sta cercando di sfruttare questa contraddizione, spiegando per esempio che col loro voto gli ungheresi dovranno decidere da che parte stare, «con Orbán e Putin oppure con l’Occidente o l’Europa, dalla parte sbagliata oppure da quella giusta della storia». Orbán invece sta puntando moltissimo sul presentarsi come una scelta sicura in tempi di grande incertezza e instabilità. «Fidesz ci ha messo meno di una settimana a lanciare una nuova campagna che descrive Orbán come un pacificatore e un’ancora di sicurezza», ha detto al Guardian l’analista politico Lakner Zoltán.

Per il momento sembra che la strategia di Orbán abbia funzionato: secondo l’aggregatore di sondaggi di Politico, nell’ultimo mese la distanza fra Fidesz e il cartello dei partiti di opposizione che sostiene Márki-Zay è rimasta praticamente inalterata: al momento l’alleanza fra il partito di Orbán e il Partito Popolare Cristiano Democratico è data intorno al 50 per cento dei consensi, mentre Opposizione Unita è stimata al 45 per cento.

L’obiettivo di Márki-Zay è reso ancora più complicato dalle tensioni interne fra i partiti di opposizione che lo sostengono, che vanno dalla destra di Jobbik ai Socialdemocratici, e dal fatto che Orbán stia usando da tempo ogni mezzo, anche scorretto, per rimanere al potere.

Qualche mese fa, per esempio, Orbán ha deciso che nello stesso giorno delle elezioni parlamentari si terrà anche un referendum sulla contestata legge approvata l’anno scorso che vieta di affrontare temi legati all’omosessualità in contesti pubblici frequentati dai minori. Contro quella legge i rappresentanti di 14 paesi membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, avevano firmato un documento congiunto di condanna, ritenendola discriminatoria per gli omosessuali, e la Commissione Europea aveva inoltre avviato una procedura d’infrazione contro il governo ungherese. Diversi osservatori ritengono che aver fissato il referendum lo stesso giorno delle elezioni sia stata una trovata per mobilitare la frangia più conservatrice dell’elettorato.

Un’altra tattica che Orbán usa ormai da molti anni in campagna elettorale per sollecitare l’elettorato più tradizionalista riguarda una presunta e imminente invasione di migranti. È un tema che ricorre spesso nella retorica di Orbán, noto fra le altre cose per le dichiarazioni false e ostili nei confronti dell’Islam e delle persone musulmane.

Associated Press ha scritto che «con l’avvicinarsi delle elezioni del 3 aprile, Orbán ha descritto l’attuale pressione migratoria come superiore a quella del 2015, quando centinaia di migliaia di richiedenti asilo arrivarono nell’Unione Europea scappando dalla guerra e dalla povertà». A dicembre, in una rara conferenza stampa, Orbán aveva detto ai giornalisti presenti che nel 2021 le autorità ungheresi avevano fermato «più di di 100mila persone». In realtà le cifre sono state molto più basse: secondo i dati di Frontex, l’agenzia di guardia di frontiera dell’Unione Europea, nel 2021 ci sono stati 60.540 ingressi irregolari in tutta la cosiddetta “rotta balcanica”, di cui l’Ungheria è solo uno dei paesi coinvolti.

Un gruppo di richiedenti asilo siriani attraversa il confine fra Serbia e Ungheria nel settembre del 2015 (AP Photo/Muhammed Muheisen)

Orbán sta inoltre usando a suo favore lo strettissimo controllo che esercita sui media nazionali. Márki-Zay ha raccontato per esempio di non avere ricevuto alcun invito per parlare in tv dal 2019, mentre la tv pubblica trasmette in continuazione servizi e discorsi di Orbán.

«La nostra voce è limitata», ha ammesso al Financial Times Peter Zarand, responsabile della campagna elettorale di Márki-Zay. Non è soltanto una questione di spazi, ma anche di soldi. Secondo una stima ufficiosa, Fidesz ha speso più del doppio dei fondi consentiti per la finanziare la propria campagna elettorale, e Zarand racconta che Opposizione Unita ha potuto permettersi circa duemila cartelloni elettorali in tutto il paese, contro i circa 20.000 di Fidesz.

I timori di possibili irregolarità si estendono anche al giorno del voto e dello spoglio. Qualche giorno fa l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha pubblicato un duro rapporto (PDF) in cui elenca dubbi e scetticismi, per esempio, sull’imparzialità dei funzionari amministrativi e l’effettiva capacità della macchina elettorale di gestire una elezione e un referendum in contemporanea. Sarà la seconda volta nella storia, fra l’altro, che l’OSCE invierà una delegazione al completo in un paese dell’Unione Europea per monitorare il regolare svolgimento delle elezioni.

I 199 parlamentari della Országgyűlés, la camera unica del parlamento ungherese, vengono eletti con un sistema misto: 106 sono espressi in collegi uninominali, mentre 93 vengono assegnati con un sistema proporzionale in base ai voti ricevuti dai singoli partiti. A causa di questo sistema non sarà facilissimo capire subito chi avrà vinto, a meno di risultati eclatanti: un’idea più chiara si avrà probabilmente a partire da lunedì mattina.



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