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Due giorni fa, appena chiuso il video-collegamento con il Cremlino, Draghi aveva preferito guardare il bicchiere mezzo pieno. E registrare i piccoli segnali di apertura colti nel colloquio con Putin. Il tutto, ovviamente, senza abbandonarsi a facili illusioni e con la consapevolezza che l’affidabilità dell’interlocutore resta tutta da verificare. Un’apertura di credito, insomma. Anche nel tentativo di farsi parte attiva di una mediazione che ha come obiettivo un salto di qualità dei negoziati che fino ad oggi non si è visto.

Così, ancora ieri in tarda mattinata, incontrando la stampa estera accreditata in Italia, il premier aveva scelto un approccio sì realista («dobbiamo attenerci ai fatti») ma anche di speranza («le posizioni delle due parti si sono un po’ avvicinate»). Ribadendo che «non è accettabile» né «fattibile» pagare in rubli le forniture di gas dalla Russia perché «i contratti prevedono» il saldo «in euro o dollari». Tema, quest’ultimo, affrontato proprio nel colloquio con Putin. «Quello che ho capito – spiega l’ex Bce – è che la conversione in rubli è un fatto interno alla Federazione russa».

Fino al primo pomeriggio, dunque, l’impressione è che sulla questione Mosca abbia deciso di fare un passo indietro. Poi il Cremlino fa sapere che Putin ha firmato il decreto che regola il commercio del gas con i cosiddetti «Paesi ostili». Da oggi, spiega il presidente russo, i contratti esistenti «saranno sospesi se gli acquirenti non pagheranno in rubli». Il braccio di ferro sul gas, quindi, ricomincia. Con una precisazione: al decreto – scrive la Tass – potranno essere applicate eccezioni valutate da una apposita Commissione governativa. Non un dettaglio: potrebbe essere un modo per lasciare aperto uno spiraglio oppure una mossa per «ricattare» i singoli Paesi dell’Ue, autorizzando l’eccezione solo a chi si mostra più conciliante. Di certo, è la convinzione di Draghi, Putin sta «tentando di spaccare il fronte europeo».

Il quadro, insomma, si va complicando. Al punto che dopo una serie di contatti tra le diplomazie europee si decide di prendere tempo per studiare una strategia comune. A Bruxelles, infatti, i tecnici della Commissione stanno valutando i vari aspetti giuridici. Ma Parigi, Berlino e Roma non sono esattamente sulla stessa lunghezza d’onda. La Francia sostiene una linea di estrema fermezza, mentre la Germania non sembra particolarmente preoccupata dall’uscita di Putin. Il governo italiano è invece su una via mediana, con Draghi sempre più convinto della necessità di «una risposta europea coordinata». Questo ha detto ieri nei colloqui con Macron prima e Scholz poi. E con entrambi è tornato sul cosiddetto price cap. D’altra parte, l’Italia – insieme alla Spagna – è uno dei Paesi che in sede Ue (prima a Versailles e poi a Bruxelles) più ha spinto per l’introduzione di un tetto europeo alle tariffe. Un meccanismo di controllo dei prezzi che però non convince Berlino, oltre ovviamente al blocco dei nordici.

Il governo italiano, intanto, continua a lavorare sulla diversificazione dell’approvvigionamento energetico. Oggi, infatti, Di Maio sarà in Azerbaijan, dopo essere già stato in Algeria, Qatar, Congo, Angola e Mozambico, tutti paesi chiave nella produzione di energia. E nelle prossime settimane proprio lo stesso Draghi potrebbe volare ad Algeri per rafforzare una partnership sull’energia che ci renda sempre meno dipendenti dalla Russia. Per il momento, spiega il ministro della Transizione ecologica Cingolani, le riserve italiane di gas consentono comunque di «mandare avanti le attività del Paese» anche in caso di «brusche ed improbabili interruzioni delle forniture russe». Nonostante questo, però il protocollo impone di valutare se passare alla fase due del Piano di emergenza nazionale del gas. Il 26 febbraio, infatti, Cingolani annunciò il livello uno (lo stato di early warning), un’allerta che entra in vigore anche in situazione non estreme, come accadde per esempio nel 2018 quando il freddo superò le medie stagionali. È evidente che la situazione oggi è ben diversa, ecco perché si ragiona sull’opportunità di passare al livello due (alert) dei tre (emergency) possibili.



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